La vita di Santa Rosa da Viterbo

S. Rosa (ricostruzione)
Come accennavo nel precedente post, è mio intento accompagnarvi, tappa dopo tappa, verso le celebrazioni dei primi quattro giorni di settembre in onore di Santa Rosa, che hanno come fulcro la tradizione del trasporto della Macchina.
Dopo aver trattato del luogo per eccellenza del culto di S. Rosa, ossia il Santuario a Lei dedicato, oggi voglio parlarvi della vita di questo straordinario personaggio della storia viterbese.
Le vicende biografiche della Santa ci sono note da due fonti: la Vita I, scritta verso la metà del XIII secolo (e quindi subito dopo la morte della fanciulla) e la Vita II, redatta intorno ai primi decenni del XV secolo ed inserita negli atti del secondo processo di canonizzazione all’epoca di Callisto III.
Rosa nacque a Viterbo intorno al 1233 da Caterina e Giovanni, sicuramente di estrazione popolare, in una casa nei pressi della parrocchia di Santa Maria in Poggio (è plausibile pensare che l’attuale sito conosciuto come la “casa di Santa Rosa” coincida con l’originale che diede i natali alla fanciulla). Sin dalla prima infanzia la sua salute si rivelò cagionevole  a causa di una grave malformazione caratterizzata dall'assoluta mancanza dello sterno, ma allo stesso tempo mostrò un’indole forte e determinata, con una grande sensibilità verso i poveri e i sofferenti e una tendenza alla preghiera e alla contemplazione.
La tradizione ci ha tramandato numerosi racconti relativi ai suoi miracoli (tra cui quello della trasformazione del pane in rose e quello della brocca risanata), che operò sin da bambina.
Visse predicando e diffondendo la sua profonda fede cristiana in un periodo tumultuoso per la storia di Viterbo, scossa dalle lotte tra guelfi e ghibellini, tra eretici catari e seguaci di San Francesco.
Le sue prediche si scagliarono in particolar modo contro l’autorità imperiale di Federico II, cosa che la fece condannare all’esilio insieme a tutta la famiglia e che la portò a Soriano nel Cimino e a Vitorchiano. Al suo ritorno nella città natale, chiese di poter entrare tra le converse del Monastero di San Damiano, ma inutilmente: le suore la rifiutarono (probabilmente proprio a causa del suo coinvolgimento "politico") e lei profetizzò che, non accolta da viva, il suo corpo vi sarebbe entrato da morta e lì conservato in eterno. Nel frattempo le sue condizioni di salute erano precipitate e la morte arrivò per lei il 6 marzo 1251. Fu sepolta nella nuda terra presso la sua parrocchia, la chiesa di Santa Maria in Poggio, ma nel 1258 il suo corpo fu traslato nella chiesa del Monastero di San Damiano: la Santa, infatti, era apparsa per tre volte in sogno a Papa Alessandro IV, chiedendogli di essere portata laddove avrebbe voluto essere da viva. Il Pontefice fece disseppellire dunque il suo corpo, che fu trovato incorrotto a sette anni dalla morte e trasportato in solenne processione da alcuni cardinali, con grandissima partecipazione di popolo,  al Convento di S. Damiano, dove tuttora è custodito: era il 4 settembre 1258.
La tradizione del trasporto della Macchina di Santa Rosa ricorda proprio questa prima processione e ancora oggi i Viterbesi partecipano all’evento con immutata devozione.
È da qui che partirà la nostra prossima tappa: dal trasporto della Macchina di Santa Rosa.

Immagine dal web.