Civita Castellana
La Tuscia è conosciuta come la
terra degli Etruschi e da essi deriva il nome, ma non tutti sanno che un altro
importante popolo diede origine ad una fiorente civiltà stanziata tra il
versante meridionale dei Monti Cimini, il lago di Bracciano ed il fiume Tevere:
i Falisci.
Edward Lear, Civita Castellana, 1844 |
Capitale dei Falisci fu
Falerii Veteres, l’odierna Civita Castellana ed è proprio qui che voglio portarvi
stavolta.
Come tanti altri borghi della
Tuscia, anche questo si estende su un alto sperone tufaceo naturalmente difeso
da profonde forre scavate da due affluenti del fiume Treja: attraversando l’alto
ponte settecentesco che dà accesso alla città - detto “Clementino” perché
voluto da Papa Clemente XI - non si può non rimanere affascinati dalla natura
verdeggiante che riempie queste gole di roccia rossa, da un paesaggio ancora foriero
di quel romantico senso del “sublime” che dovette travolgere anche i
viaggiatori del Grand Tour settecentesco come Goethe:
« La città è costruita su tufo vulcanico, nel quale m’è parso di ravvisare cenere, pomice e frammenti di lava. Bellissima la vista del castello: il Monte Soratte, una massa calcarea che probabilmente fa parte della catena appenninica, si erge solitario e pittoresco. Le zone vulcaniche sono molto più basse degli Appennini, e solo i corsi d'acqua, scorrendo impetuosi, le hanno incise creando rilievi e dirupi in forme stupendamente plastiche, roccioni a precipizio e un paesaggio tutto discontinuità e fratture. » (Johann Wolfgang von Goethe, Italienische Reise)
Dirigendoci verso il centro del paese, ci fermiamo subito nell’accogliente Piazza Matteotti, il salotto della città, abbellita da una graziosa fontana seicentesca con grifi. Qui si affacciano anche il palazzo comunale e la chiesa di San Pietro.
« La città è costruita su tufo vulcanico, nel quale m’è parso di ravvisare cenere, pomice e frammenti di lava. Bellissima la vista del castello: il Monte Soratte, una massa calcarea che probabilmente fa parte della catena appenninica, si erge solitario e pittoresco. Le zone vulcaniche sono molto più basse degli Appennini, e solo i corsi d'acqua, scorrendo impetuosi, le hanno incise creando rilievi e dirupi in forme stupendamente plastiche, roccioni a precipizio e un paesaggio tutto discontinuità e fratture. » (Johann Wolfgang von Goethe, Italienische Reise)
Dirigendoci verso il centro del paese, ci fermiamo subito nell’accogliente Piazza Matteotti, il salotto della città, abbellita da una graziosa fontana seicentesca con grifi. Qui si affacciano anche il palazzo comunale e la chiesa di San Pietro.
L’aspetto che mi piace di più
di questo incantevole borgo è la massiccia presenza del fenomeno del “riuso”,
tipico dell’età medievale: ad ogni passo, si scoprono, inseriti nel tessuto
murario degli edifici, frammenti marmorei di antichi monumenti romani
provenienti dall’antica Falerii Novi, la città nuova che venne fondata dopo la
distruzione di Falerii Veteres da parte dei Romani nel 241 a.C.: oggi rimane il
sito archeologico compreso nel territorio del Comune di Fabrica di Roma.
Soltanto nell’VIII secolo, gli abitanti di Falerii Novi, minacciati dalle
continue incursioni di popolazioni barbariche, tornarono nell’antico sito, più
sicuro perché naturalmente difeso, che nel X secolo fu denominato “Civitas
Castellana” da Papa Gregorio V.
Proseguiamo la visita guidata verso
il Duomo, gioiello dell’arte medievale, capolavoro dei marmorari romani Iacopo
di Lorenzo e suo figlio Cosma, meglio conosciuti come “Cosmati”. Fu costruito
tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo su un edificio sacro
preesistente. Ci accoglie un maestoso portico ad arco centrale (datato al 1210,
secondo l’iscrizione in facciata), dove sono esposti reperti litici di epoca
romana. All’interno è apposta anche una targa che
ricorda che l’11 luglio 1770 suonò l’organo della chiesa, durante la
celebrazione della Messa domenicale, nientepopodimeno che... Wolfgang Amadeus
Mozart!!
Entrando non possiamo fare a
meno di notare l’enorme contrasto tra l’esterno e l’interno dell’edificio: le
forme medievali lasciano il posto a linee tardo barocche frutto dei rifacimenti
settecenteschi. Dell’antica chiesa rimangono i meravigliosi “tappeti” marmorei
del pavimento cosmatesco, qualche lacerto di affresco, dei plutei di XIII secolo
(nell’oratorio del Cuore di Maria) e l’altare maggiore composto da un sarcofago
paleocristiano di IV secolo.
Sotto il presbiterio si apre
la cripta di XII secolo (anche se alcuni studi la datano all’VIII), ma
completamente rimaneggiata in epoche successive, a nove navate su colonne in parte antiche.
Muovendo dal Duomo concludiamo il nostro tour al Forte Sangallo, commissionato nel 1499 da Papa Alessandro VI Borgia ad Antonio da Sangallo il Vecchio e terminato, sotto Giulio II, dal nipote dell’architetto, Antonio da Sangallo il Giovane. L’edificio sorge su precedenti fortificazioni e svolse la doppia funzione di struttura difensiva e di palazzo residenziale; presenta pianta pentagonale con corte centrale e un mastio ottagonale realizzato da Antonio da Sangallo il Giovane su progetto del nonno.
Anche nei secoli successivi il Forte rimase residenza papale, ospitando Pio IV e Paolo III, il quale fece decorare alcune stanze dai fratelli Zuccari (gli stessi, che tra l’altro, lavorarono anche al Palazzo Farnese di Caprarola), Clemente VIII nel 1598, Pio V nel 1782 e Pio VII nel 1800.
Dagli inizi del XIX secolo fu utilizzato come carcere per diversi decenni, dopodiché iniziò un lungo periodo di abbandono e decadenza che terminò alla fine degli anni Sessanta del Novecento con il restauro della struttura e con l’allestimento del Museo Archeologico dell’Agro Falisco, inaugurato nel 1977, che ripercorre la storia dei Falisci dalle origini alla caduta per mano dei Romani. Qui vi sono esposti i reperti provenienti dai più importanti siti archeologici del territorio facenti capo a Falerii Veteres e a Narce (odierna Calcata): rinvenimenti dai numerosi santuari e dai contesti sepolcrali, come le particolari ceramiche di produzione locale e quelle d’importazione greca, un vasto repertorio di altri oggetti pertinenti i corredi funerari. Degna di nota è la Tomba dei Sarcofagi di Quercia.
Uscendo da Forte Sangallo terminiamo la nostra passeggiata con uno sguardo al bellissimo paesaggio che ci circonda, dominato dall’incantevole profilo del Monte Soratte, che si erge solitario in mezzo alla pianura e che ha ispirato numerosi poeti nel corso dei secoli, come Orazio, Virgilio, Dante, Byron, Goethe e Carducci… una “montagna sacra” che ancora oggi ci cattura con la sua aura magica.
Muovendo dal Duomo concludiamo il nostro tour al Forte Sangallo, commissionato nel 1499 da Papa Alessandro VI Borgia ad Antonio da Sangallo il Vecchio e terminato, sotto Giulio II, dal nipote dell’architetto, Antonio da Sangallo il Giovane. L’edificio sorge su precedenti fortificazioni e svolse la doppia funzione di struttura difensiva e di palazzo residenziale; presenta pianta pentagonale con corte centrale e un mastio ottagonale realizzato da Antonio da Sangallo il Giovane su progetto del nonno.
Anche nei secoli successivi il Forte rimase residenza papale, ospitando Pio IV e Paolo III, il quale fece decorare alcune stanze dai fratelli Zuccari (gli stessi, che tra l’altro, lavorarono anche al Palazzo Farnese di Caprarola), Clemente VIII nel 1598, Pio V nel 1782 e Pio VII nel 1800.
Dagli inizi del XIX secolo fu utilizzato come carcere per diversi decenni, dopodiché iniziò un lungo periodo di abbandono e decadenza che terminò alla fine degli anni Sessanta del Novecento con il restauro della struttura e con l’allestimento del Museo Archeologico dell’Agro Falisco, inaugurato nel 1977, che ripercorre la storia dei Falisci dalle origini alla caduta per mano dei Romani. Qui vi sono esposti i reperti provenienti dai più importanti siti archeologici del territorio facenti capo a Falerii Veteres e a Narce (odierna Calcata): rinvenimenti dai numerosi santuari e dai contesti sepolcrali, come le particolari ceramiche di produzione locale e quelle d’importazione greca, un vasto repertorio di altri oggetti pertinenti i corredi funerari. Degna di nota è la Tomba dei Sarcofagi di Quercia.
Uscendo da Forte Sangallo terminiamo la nostra passeggiata con uno sguardo al bellissimo paesaggio che ci circonda, dominato dall’incantevole profilo del Monte Soratte, che si erge solitario in mezzo alla pianura e che ha ispirato numerosi poeti nel corso dei secoli, come Orazio, Virgilio, Dante, Byron, Goethe e Carducci… una “montagna sacra” che ancora oggi ci cattura con la sua aura magica.
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